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08 February 2026

Anima gemella come mito di ego-amore: esistono alternative?

In origine la specie umana contava tre sessi: l’uomo, la donna e l’androgino, partecipe di entrambi. Erano di corpo sferico, con quattro braccia, quattro gambe, e due volti in tutto simili; la loro forza e arroganza costituivano una tale minaccia agli occhi degli dèi che Zeus decise di tagliarli a metà, per indebolirli ma mantenere allo stesso tempo i vari culti. Come si ritrovarono separati da una parte di sé, gli umani subito presero a cercarsi a vicenda e a legarsi l’uno all’altro; da allora sono in perpetua ricerca del frammento complementare con cui ricomporsi nell’originario intero1: l’amore, secondo Platone, risalirebbe a quella antica tensione primordiale verso la propria metà perduta.

Il Simposio contiene anche altre prospettive attorno a Eros, ma l’immagine di Zeus che insieme ad Apollo amputa l’essere umano, condannandolo all’insufficienza e bisogno eterni, condiziona tutt’ora la concezione occidentale dell’amore; ne sono spie evidenti la rappresentazione privilegiata di certe forme affettive piuttosto che altre e la loro classificazione in una gerarchia. Inoltre, mentre nel Simposio l’amore in quanto tensione al completamento abbraccia tutti i sessi e i generi, nell’immaginario moderno si è ridotto – probabilmente per influsso del cristianesimo – alla coppia cis eterosessuale monogama, come suggeriscono alcuni usi linguistici: le parole stesse “amore” e “innamoramento” tendono ancora a distinguere la coppia dalle altre modalità di relazione, anche laddove condividano analoghe basi di affetto e di cura. Espressioni come “sistemarsi”, “trovare l’amore” rivelano uno schema di pensiero rigidamente binario, fondato sulla legittimazione esclusiva di uno specifico tipo di amore e di relazione; sempre all’amore sentimentale si riserva in italiano l’espressione “ti amo”, mentre altre lingue come ad esempio l’inglese (love) o il finlandese (rakkaus) tradiscono significativamente una sovrapposizione di termini, riconducendo l’amore per familiari e amici allo stesso campo lessicale ed emotivo di quello sentimentale.

Il mito dell’anima gemella rimane radicato nell’immaginario collettivo, e con esso l’idea dell’amore come ricongiungimento in un intero; l’aspetto che potrebbe essere problematico di questa narrazione è l’idea implicita di non bastarsi da sé soli, ma di aver bisogno che un altro ci completi; pensarsi interi soltanto quando ci pensiamo insieme a qualcun’altro. L’amore non come arricchimento, ma come completamento.

Che si condivida o meno questo spunto del racconto platonico, è difficilmente discutibile l’importanza preponderante dell’amore nella vita umana, la sua carica propulsiva di cambiamento e di stasi, di crisi e di rinnovamento, che alle volte perturba, altre guarisce, e spesso aiuta a vivere; è possibile allora uscire dall’antica retorica di incastri, anime complementari e reciprocità senza svilire l’amore e le relazioni di cura, ma riconoscendone pienamente la centralità nell’esperienza di ognuno di noi? L’amore può essere anche inconsapevole? O avvenire anche unilateralmente, o essere anche fugace ed effimero, non serio? Può legare e slegare per un istante perfetti sconosciuti? L’amore può essere spreco generoso, spreco sereno, di noi, di amore: può, insomma, essere un dono?

Secondo lo psichiatra Lingiardi, il dono è un concetto dai confini slabbrati e infinitamente interrogabili, inconsapevole, che non prevede né richieste né aspettative di riconoscimento; il dono, forse più che un oggetto o un gesto, è una postura rara e difficilissima di generosità totalmente disinteressata, quasi pre-umana, che chiede di dimenticare se stessi; un’espressione pura ed estrema di slancio anti-narcisistico. Una gentilezza inconsapevole, oppure dedicare mentalmente un momento, un luogo a qualcuno non presente fisicamente possono a loro modo considerarsi forme di dono, e quindi speciali, parziali, forme d’amore: condivisioni genuine di uno spazio e di un tempo, non si sta pensando semplicemente a qualcuno diverso da sé in riferimento a se stessi, ma si pensa all’altro per l’altro; l’amore smette le vesti della reciprocità e dello scambio per diventare sbilanciamento, e per un istante non sono più al centro.
Nel momento in cui la definizione di amore si smaglia e sfuma le possibilità di viverlo, di abitarlo, ospitarlo e scoprirlo nella propria vita, esse si espandono. Weil, ad esempio, descrive l’attenzione come una forma in nuce di amore, una precondizione che può venire allenata e rinforzata e che attraverso il suo impiego nella preghiera consentirebbe di raggiungere Dio2.

L’elemento dell’amore come stabilizzatore della propria attenzione e dei propri muscoli cognitivi è presente anche nella poetessa statunitense Audre Lorde, che sottolinea la potenzialità dell’erotismo come pratica quotidiana fondamentale: definendolo amore viscerale per la vita e primigenia risorsa vitale, Lorde guarda all’eros come primario strumento di sovversione delle strutture di potere patriarcali, una risorsa spirituale che può manifestarsi anche al di fuori dell’ambito strettamente sessuale per esprimersi in ogni ambito della vita e consentire la massima espressione del proprio potenziale.

NOTE
1. Cfr. Platone, Simposio, Adelphi, Milano 1990, pp. 50-54.
2. Cfr. S. Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008, pp. 72-73.
[Photo credit Michael Fenton via Unsplash.com]